Astrazioni, dettagli, texture; questi tre temi fotografici sono spesso intrecciati nella produzione fotografica autoriale. Nella ricerca della possibilità di usare la fotografia per fare astrazione, concetto non semplice e spesso osteggiato, i fotografi, che devono prelevare dal reale nozioni di senso ed in questo caso anche concetti, difficilmente riescono a dare vita a processi artistici puramente astratti. D'altronde l'astrazione pura ha il suo limite nell'impossibilità di riuscire a dichiararsi come tale in una unica opera, ma si trova costretta ad utilizzare la sequenza di immagini fotografiche per esprimersi. Il perché di questo procedimento a blocchi ed a sequenze non è del tutto ovvio.
Vorrei introdurre questo concetto attraverso un portfolio di Monica Bonacina:
La fotografa ci propone una serie ben circostanziata, in cui le texture consentono allo sguardo un accomodamento, una semplificazione, rendendone più semplice la lettura. L'illuminazione rimane sostanzialmente equivalente, tesa ad evidenziare le texture con un buon dettaglio ed a fornire un luogo di senso ulteriore, ossia la costanza dell'illuminazione (perlomeno nella sua intenzione di esaltare le texture) fornisce una semplificazione ed una omologazione dei frame di questa sequenza. Le singole fotografie tendono a dare una visione leggermente differente in uno specifico ambito, suggeriscono anche il procedimento dell'induzione ipnotica, svolta attraverso una stimolazione sensoriale visiva, che però, attraverso l'evidenziazione esasperata delle texture, ricorda alla mente la sensazione tattile. Non si può infatti escludere che alcune forme di astrazione inducano nell'osservatore anche alcune forme di sinestesia e che per questo risultino così appaganti per la mente. Non sarebbe quindi solo un nutrimento mentale, ma il procedimento astratto, giocato sulle corde dell'evidenziazione del dettagli e delle texture, tenderebbe a soddisfare l'appagamento di altri sensi. Guardando al percorso fotografico suggerito si propongono scenari visivi giocati sulle similitudini (legate ai nodi del legno, alle curve, etc.), poi nella terza parte (fotogramma 7) c'è un cambio di registro, ci si immerge nel dettaglio, e si va alla fine a riproporre negli ultimi due fotogrammi un nodo nella sua notevole complessità e bellezza. I nodi sono in realtà luoghi in cui c'è stata sofferenza, sono alle volte recisioni, altre volte sono dovuti a malattie della corteccia o del tronco che sono state arginate e confinate. Noi invece li trasformiamo in luoghi in cui lo sguardo si focalizza, si diverte, luoghi in cui lo sguardo si perde. Astrazione è quindi un processo di cambio definitivo di senso, allontanamento drastico dal piano del reale e dell'oggettivo, pur lasciando i segni che ci ancorino ancora a questo piano, ma in modo effimero.
In una diatriba su un gruppo Linkedin proposi questo tipo di approccio: per un progetto concettuale dare un nome al progetto che indichi la direzione specifica del concetto, mentre per un progetto astratto dare un nome che si basi sull'evidenza sensoriale, lasciando poi libero il fruitore dell'opera di esprimere una sua idea, il più possibile libera, sul senso di quella astrazione. In questo caso ad esempio non avrei chiamato il progetto "AstrAzioni Temporali" ma "Corteccia" oppure "Nodi". Poi da lì ciascuno potrà andare in qualsiasi direzione, guidato, essenzialmente, dalla propria cultura (passiva ed attiva).
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