La semplice e primaria intenzione, legata alla creazione di questo Blog, è quella di riunire in un luogo, seppur virtuale, i pensieri sulla fotografia che ho espresso in questi anni (in molteplici luoghi virtuali), nella speranza che non siano solamente utili a me stesso. Più in generale mi sono accorto che, avendo nel tempo costruito e demolito più volte le mie idee sulla fotografia, fosse più semplice ritrovare i pensieri espressi in un medesimo luogo, potendo poi operare in futuro una disposizione cronologica che sia d'aiuto a me stesso.
La mia personale caratteristica è quella di alternare momenti di lucidità spietata a momenti d'incontrollabile esaltazione emozionale. Questo riflette tutti gli aspetti della mia vita. E, a cinquant'anni, non so ancora se sia un bene o un male. Tuttavia questi momenti fortemente altalenanti mi hanno consentito di guardare alle cose da punti di vista molto distanti. La fotografia potrebbe volere su se stessa un tipo di sguardo obliquo, non diretto.
Da sempre rifiuto il percorso della semiotica, questo in me è pressoché costante. Accolgo invece con favore il percorso fenomenologico, che posso suggerire a tutti, anche se ciascuno lo affronterà da un proprio punto di vista esperienziale personale e culturale. In questo non solo la fotografia non è neutra, ma richiede proprio di schierarsi e di rendere manifesti i limiti personali e le personali inclinazioni. Quello che invece credo debba essere rifiutato è un seguire pedissequo delle esperienze fenomeniche altrui. Credere che il meccanismo fenomenologico espresso da Roland Barthes ne La chambre claire possa essere fatto proprio o che su di esso si debba tornare a riflettere ancora una volta, credo sia un totale abbaglio. Barthes ci illustra il suo percorso, come si comporta davanti ad una stampa fotografica, cosa vede, come interpreta ciò che è impresso, per raccontarci una delle possibili vie fenomenologiche, o meglio la sua, assolutamente personale.
Ho letto di Estetica, di Critica teorica della Fotografia, ho seguito anche percorsi creativi all'interno della fotografia, soprattutto legandomi alla fotografia tradizionale in bianco e nero, alle tecniche antiche di stampa (cianotipia) ed alle tecniche alternative (emulsione liquida, stampa lith). Allo stesso tempo sottolineo che non ho assolutamente nulla contro il digitale, anche se per me (nella mia personale produzione intendo) il fine ultimo è di norma la stampa su supporto fisico, tangibile, limitato nel tempo (non eterno) e nello spazio (non ubìquo).
Leggendo alcuni testi di Critica teorica della Fotografia, si nota come il critico sottolinei che l'azione critica debba essere "esterna", ossia non attuabile da chi sia coinvolto nella produzione fotografica (non solo il fotografo quindi, ma tutti gli attori del mondo che gira intorno alla produzione fotografica). Credo che anche questo punto debba essere superato perché non si può davvero credere che sia effettivamente legittimo impossibilitare gli autori di un'azione critica (critica teorica intendo) verso l'operato di altri o sul proprio. Che poi debba esserci libertà di azione (a anche di inazione) critica, questo deve essere possibile per chi si pone all'interno del processo strettamente creativo (gli autori, in essenza). La stessa azione critica verso il reale, che si va a sintetizzare nella produzione fotografica di un autore, deve essere concessa anche all'autore stesso, capace di guardare al proprio lavoro ed a quello altrui in un rimando necessario di stimoli e di significati.
Che questi stimoli e questi significati siano non statici, per quanto stratificati dal tempo e dalla cultura, questo è un altro dato certo. Guardare una mostra, leggere un libro, guardare delle stampe, immergersi in un sito WEB, non produce i medesimi effetti se l'azione viene reiterata spesso nel tempo o se invece viene diradata nel tempo. L'attenzione percettiva e gli stimoli sono inversamente proporzionali al numero di reiterazioni della nostra visione. Oltre una certa soglia la percezione diventa cacofonia. Mi viene in mente, come analogia, un meccanismo presente in fisiologia acustica. La percezione di suoni acuti ad un volume sufficientemente alto produce in breve tempo uno stress alle cellule ciliate e come effetto finale una minore percezione dei suoni acuti. Personalmente, suonando la chitarra elettrica in cuffia, mi è capitato molte volte, dopo qualche minuto in cui eccedevo con il volume. Questo meccanismo protettivo si estende in realtà anche a dimensioni percettive molto più complesse, ad esempio nella percezione delle pubblicità che a scopi sociali sollecitano una risposta emozionale in chi le guarda. La reiterazione del messaggio pubblicitario provoca mano a mano una diminuzione della risposta emotiva, fino a produrre in alcuni casi un effetto opposto a quello desiderato.
Ci è quindi necessario un certo distacco dal fotografico per poterne esaminare alcuni suoi aspetti. Chi opera in prima persona in questo ambito, l'autore, ha le stesse necessità, per esplorare nuovi modi espressivi e nuovi temi sostanziali e quindi muoversi, andare oltre quello che si è già detto o che si è già esplorato. E poi c'è l'aspetto del come esprimere questi temi. Il come in fotografia è legato in parte ad alcune fasi principali. Però, come ho avuto modo di leggere in un bellissimo testo, da me inizialmente del tutto frainteso, c'è l'aspetto della "trasparenza" in fotografia, ossia del modo più o meno opaco di riportare il reale su un manufatto (fisico o virtuale).
Le fasi principali del processo fotografico autoriale, comunemente inteso, potrebbero essere:
- Intenzione iniziale
- Ricerca in ambito fotografico (studio su lavori di altri autori che abbiano intenti simili alla nostra intenzione) e non (ad esempio stimoli esterni come musica, cinema, letteratura)
- Progetto
- Scelta della modalità con cui realizzare il progetto
- Decidere se autofinanziare economicamente questo progetto (scelta con maggiore libertà possibile per l'autore) o se farsi aiutare in qualche modo (i modi possono essere molti, ad esempio gallerie d'arte, crowdfounding, etc. )
- Fase di ripresa
- Fase di sviluppo, postproduzione, stampa preliminare
- Selezione delle foto e messa in sequenza (Editing) possibilmente da fare con vere fotografie da porre su un piano e messe a disposizione per il tempo necessario (giorni, settimane, dipende dalla complessità del progetto)
- Stampa finale (strettamente legata alla/e destinazione/i d'uso)
- Finalizzazione rispetto alla destinazione d'uso (mostra/libro/fruizione virtuale/stampe d'arte, etc.)
Per tutte queste fasi certamente esistono metodi, manuali, testi tecnici che descrivono come operare al meglio. Ed inoltre esistono figure tecniche (co-autori in un certo senso) che possono mettersi al servizio del fotografo a vario titolo ed in varie modalità. Esiste ovviamente anche l'autoproduzione che per certi aspetti è quanto di più "puro" si possa pensare in termini di possibilità di autonomia del fotografo. Fare tutto da soli assicura il controllo massimo su ciascun aspetto, anche se in molti aspetti si è intrinsecamente limitati. Maggiore è il controllo che si opera e minore sarà la diffusione (o meglio questo è vero in ambito di una fruizione reale, diretta del manufatto, non lo è in una fruizione virtuale quando questa sia largamente disponibile, ad esempio tramite una piattaforma WEB liberamente accessibile). Ad esempio se volessimo realizzare un libro con vere stampe tradizionali in bianco e nero ai sali d'argento su carta baritata in una tiratura limitata, potremmo farlo. Ansel Adams lo fece. Si potrà discutere però sulla finalità ultima di questo processo, ossia perché per l'autore questa modalità sia quella d'elezione. Potrebbe essere meglio fare una mostra per una maggiore diffusione. O stampare solo cinque copie per soggetto. Oppure stamparne solo una e poi digitalizzare la stampa e renderla disponibile sul WEB. Ciascuna di queste scelte ci libera e ci limita al tempo stesso. Non si può avere tutto, perché saremmo condannati ad una ubiquità forzata che sminuirebbe il nostro lavoro. Avremmo come effetto quello della cacofonia di cui parlavo sopra.
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